I nostri Curricula

Ornella Centanni


E-address: orcenta@hotmail.com

 

                                   

Studi e formazione

 

Nel 1990 mi sono laureata in filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Nel 2007, sempre a Ca’ Foscari, ho conseguito il Master di II livello in consulenza filosofica.

Nel luglio 2007 ho partecipato ad un corso di formazione professionale per l’esercizio della pratica filosofica con il metodo Lipman, organizzato dal CRIF, Centro di Ricerca e Indagine Filosofica.

 

 

Esperienze professionali dal 2007 ad oggi

(a disposizione il materiale, su richiesta)

 

 

In ambito aziendale:

 

Ho lavorato in alcune aziende in Veneto e in Lombardia per l’organizzazione di gruppi di lavoro attraverso la pratica filosofica della Comunità di Ricerca e del Dialogo Socratico, per la condivisione degli obiettivi che guidano le scelte e dei principi che informano ed orientano la prassi.

 

In ambito sanitario:

 

Ho partecipato al comitato per la stesura della Carta Etica, in qualità di consulente filosofico, per l’Unità Territoriale di Assistenza Primaria (UTAP) Giustinian della ULSS 12 di Venezia.

 

Ho gestito, come consulente filosofico, una serie di incontri dal titolo: “Il pensiero ha potere sul dolore?” per associazioni di medici di famiglia della ULSS di Venezia e per il “Gruppo Eventi” di Roma, associazione di assistenza volontaria ai malati terminali.

 

Secondo me...

Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”  così Wittgenstein conclude il Tractatus.

Per quanto mi riguarda ho sempre inteso questo assunto come un invito, quasi una sfida, a cercare di spostare sempre un po’ più il là il limite di ciò che riusciamo a ridurre a parola, ad erodere spazio al potere di ciò che è irriducibile al senso.

E’ proprio per non patire l’inadeguatezza dell’enunciato rispetto al fatto che accade, che la filosofia, come pratica di vita, promuove l’esercizio di interpretare e rappresentare il mondo in una forma comunicabile e convincente che, per noi occidentali, significa innanzitutto una forma logico-razionale, che lo renda attingibile prima e fruibile poi.

I Greci, per primi, hanno trovato il felice equilibrio tra le forze
messe in gioco a spartirsi il terreno tra il mondo come evento e la nostra capacità di rappresentarlo. E’ infatti attraverso l’esistenza estetica, rendendo traducibile la potenza che pervade il mondo e lo scuote, che il logos greco ha trovato la sua forma espressiva più alta.

 

La traccia di questa modalità dell’essere è giunta fino a noi, indicandoci percorsi possibili.

Foucault ci ha raccontato come l’esercizio della ri-flessione inauguri il tempo della “cura di sé”, come via per una conoscenza pratico-vitale. Il peso va quindi spostato dal sapere alla pratica di vita ed è possibile farlo solo accettando la sfida ed il rischio di uscire dalle accademie, dai luoghi rassicuranti della trasmissione teorica dei saperi, per mettersi in gioco nella società civile, in politica, nella realtà complessa del mondo del lavoro.

 

Va pertanto affinata l’attenzione perché non siano trascurati i presidi necessari per la cura, affinché la piega dell’essere, in cui si involve il pensiero per diventare significante, non diventi piaga dell’essere, e cioè uno spazio inadatto, in cui si patisce l’impossibilità a contenere l’intreccio complesso tra le parole e le cose.

 

Con questa intenzione, la pratica filosofica, proposta nel sociale, nelle scuole, nelle aziende, offre uno spazio per accogliere un pensiero complesso, che non deve temere l’essere gettato in realtà mosse, non definite. Uno spazio dentro cui possa prendere forma la strategia vincente di navigare a vista, di rimanere in superficie per potersi trasformare, applicando una prassi, che possa adeguatamente fronteggiare la minaccia sempre in agguato, con cui noi nell’età della tecnica  inevitabilmente siamo costretti a convivere, quella di finire annientati dalla mancanza di senso.

 

L’invito è quello ad imparare a rimanere nel “fra”, senza patirne la scomodità, posizionandoci  tra il dentro e il fuori, fra il nostro esserci e il mondo che ci accoglie, a volte senza alcun interesse a com-prenderci. E allora si deve essere capaci, come dice Deleuze, di inventare l’intreccio, partendo da scenari improbabili in cui di volta in volta trovare dimora perché:

 

“pensare significa innanzi tutto vedere e parlare, ma il pensare si attua nel fra, nel interstizio o nella disgiunzione tra il vedere e il parlare. Significa inventare ogni volta l’intreccio, scagliare ogni volta una freccia da una parte all’altra, far scintillare un bagliore di luce nelle parole, far sentire un grido nelle cose visibili. Pensare significa far arrivare il vedere al suo limite, e il sapere al suo, in modo che essi costituiscano il limite comune che li rapporta l’uno all’altro separandoli”.