Glossario

LE PAROLE-CHIAVE DELLA CONSULENZA FILOSOFICA

Vi presentiamo alcune brevi, riassuntive ma efficaci definizioni di concetti-chiave per la consulenza filosofica, ad uso di coloro che praticano questa disciplina e degli utenti che se ne servono.


 

dolore



Il dolore può essere inteso come l’irruzione del negativo nel soggetto, un negativo, dunque, personale, esperienziale ed esistenziale, che possiede il carattere di un fenomeno onnipervasivo. Testimone di questa sua dimensione totale è la sua spiritualità: il dolore in un essere intelligente è sempre sentimento e mai solo sensazione, ovvero mette in comunicazione la dimensione corporale e quella psichica in modo caratteristicamente simbiotico (dopo aver registrato l’ovvia direzione corpo-anima ci si può domandare, infatti, quale dolore dell’anima non trovi prima o poi un correlato fisico entro il quale somatizzarsi secondo la direzione anima-corpo), e in modo tale che il suo organo è comunque sempre l’anima (“Sentire dolore è proprio dell’anima, non del corpo”: Agostino, De civitate Dei, XXI, 3). L’effetto di questo irrompere del negativo nel soggetto è la sua radicale messa in discussione: il dolore frantuma l’immagine che l’uomo ha di sé, discute l’essere della persona, ne fa emergere i limiti e produce in lei il senso dell’essere traditi e ingannati da sé. Qui lo spirito è condotto in una forma specifica e crudele di spaesamento, rispetto al quale ogni punto d’appoggio appare posticcio e quindi inefficace. Accanto al carattere dell’onnipervasività e della totalità, tale esperienza, come rivela Ernst Jünger, manifesta la dimensione dell’universalità. Il dolore ha una presa sicura: “Nulla è per noi più certo e predeterminato del dolore. Esso assomiglia a una macina che raggiunge con precisione implacabile anche i granelli saltati via, oppure all’ombra che accompagna la vita e a cui non ci si può sottrarre a nessun patto” (E. Jünger, Sul dolore, in Id., Foglie e pietre, Milano, Adelphi, 1997,  pp. 137-185, qui pp.140-141). L’impossibilità di sottrarsi all’esperienza del soffrire è ravvisabile  anche nell’osservazione fenomenologica di una peculiare economia del dolore per cui al tentativo di imbrigliarlo socialmente o tecnicamente esso reagisce sempre con un’intensificazione in ambiti contigui, dimodoché è sempre possibile domandarsi, a fronte di una situazione di assenza stabile di dolore, chi effettivamente ne porti il peso (cfr. ivi, pp. 149-152). Questa riflessione d’altronde ben s’accorda con la classica affermazione platonica per cui piacere e dolore sono legati da un filo invisibile ma irrecidibile (Platone,  Fedone,  trad. it. di Giovanni Reale,  La scuola, Brescia, 1970, pp. 19-20). Ma una simile caratterizzazione del dolore, lungi da imporre rassegnazione come logicamente ci si aspetterebbe, lascia aperta la porta a quel moto di irrefrenabile ribellione che il dolore reca con sé e che rappresenta la cifra del nostro rapporto con esso. Dalla ribellione alla sofferenza l’uomo ha tratto motivo per elaborare varie strategie al fine di affrontarne l’irrompere nella vita di ciascuno. Tra quelle meno efficaci vanno annoverate la sua medicalizzazione e la sua razionalizzazione, legate l’una all’altra dalla fiducia ingenua nell’infinita perfettibilità dell’umanità e dalla fede nella possibilità che la conoscenza, la scienza e la tecnica possano progressivamente rimuovere tutte le cause interne ed esterne del soffrire, o quantomeno offrire adeguate alternative anestetiche. Accanto a tali soluzioni, o al venir meno delle illusioni che le accompagnavano, emergono altri e diversi percorsi, che hanno antica e venerabile tradizione, come quello dell’oggettivazione di sé a sé finalizzata al dominio della propria persona assunta come qualcosa che si possiede e non come ciò da cui si è posseduti. Reificarsi ed oggettificarsi diventa allora il modo di confinare il dolore in un elemento ormai dominato e non più ribelle alla volontà di un Io in grado di sdoppiare e ricomporre la propria individualità a piacimento. Ciò implica  un sostanziale ottimismo – di marca, direi quasi, idealistica – sulla dominabilità del negativo e sulle possibilità del soggetto di superare dialetticamente limiti imposto dalla propria costituzione fisica e ontologica. Una visione più realistica è invece quella che affida alla disciplina fisica, cognitivo-intellettuale e morale il compito di far entrare la persona in  dimestichezza e in confidenza con il dolore, per così dire, anticipandone volontariamente l’aggressione e riducendone omeopaticamente gli effetti. E’ questa una sorta di via ascetica che non tende a rimuovere la sofferenza ma a farla propria per farsi in qualche mondo “condurre” dalla fatalità del dolore e non “trascinare”. Le ultime due soluzioni qui accennate hanno per presupposto il concetto di “distacco”. Il dolore si combatte “prendendo le distanze” con un atto del pensiero e della volontà che porta all’elaborazione una prassi conveniente nella quale la dimensione intellettuale riveste un ruolo importante. Ciò sfrutta la  funzione fondamentale che ha il dolore nel muovere il pensiero e nel produrre esperienza. Come ritiene Hans Georg Gadamer, infatti, fare esperienza significa accorgersi nel dolore che le cose non stanno come noi credevamo, significa urtare con dolore contro un ostacolo, un inciampo cioè in definitiva uno scandalo. Esperire vuol perciò dire conoscere il dolore o conoscere attraverso il dolore di un negativo che scandalizza la nostra ragione la nostra persona (cfr. H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano, 1983, pp. 401-418). Da tale inciampo prende origine una dinamica in cui si supera l’immediata e inconsapevole identità e si procede di differenza in differenza (dolore) alla ricerca di una possibile integrazione (di un possibile superamento della sofferenza). Si tratta di un processo difficile e non garantito, al quale però è quasi istintivo aggrapparsi in mancanza di altri appoggi. Questo processo, nel suo essere eminentemente filosofico, può venire facilitato dalla relazione di consulenza filosofica che mette di fronte il soggetto al compito del pensiero, assecondando in certo modo il processo di messa in discussione di sé innescato dal dolore, e supportandolo però che una presenza non soltanto intellettuale ma fisica, personale e dunque morale.Qui può accadere di intraprendere la direzione di una metanoia esistenziale che, magari non superando al condizione di sofferenza, vi affianca nondimeno, a ridurne la portata spaesante, nuove dimensioni di senso, nuove prospettive e la fattiva speranza di una pienezza capace di riempire il vuoto soffrire.

Malgrado tutto ciò e nonostante le strategie che possono essere messe in campo, di cui qui si è solo presentato un rapido accenno, pare che al dolore debba essere lasciata l’ultima parola. Niente può impedire alla brutalità fattuale ed empirica del dolore di ripresentarsi e chiedere il conto, anche quando sembra che lo abbiamo sconfitto o dominato. Allora l’ultima opera dell’inesausta nostra ribellione è quella  dell’affidarsi e dell’abbandonarsi. Come gli eserciti che facevano terra bruciata per non consegnare infrastrutture all’invasore, noi, per non consegnarci al niente e alle tenebre della disperazione, possiamo e talora siamo costretti ad abbandonare la nostra soggettività  agli altri che ci possono amare o a un Altro che ci ama e attendere da loro o da Lui la restituzione di noi a noi stessi, di quella nostra identità che il dolore ha così radicalmente “straniato”. Così il dolore, se non sconfitto, è saltato e il suo predare è mandato a vuoto come la “locomotiva mandata lungo una linea morta”. Ciò è appunto opera della nostra ribellione e solo la nostra  fede ribelle e la nostra indole orgogliosa possono sostenere tale prassi. Ma nella grandezza del loro librarsi sopra la necessità c’è già il presentimento di quell’alterità assoluta, sommamente libera, sovrana e immune dal dolore cui la nostra sete sempre ci indirizza come alla realtà di cui siamo maggiormente certi.
                                                                               
Massimo Maraviglia