Glossario

LE PAROLE-CHIAVE DELLA CONSULENZA FILOSOFICA

Vi presentiamo alcune brevi, riassuntive ma efficaci definizioni di concetti-chiave per la consulenza filosofica, ad uso di coloro che praticano questa disciplina e degli utenti che se ne servono.


 

vita buona



Che cos’è la vita buona? Questa può essere considerata la domanda fondamentale della filosofia pratica, cioè di quella filosofia che si occupa di riflettere sui comportamenti e sulla prassi concreta degli uomini. La sua pregnanza è tale che, se si vuole, si può porre all’inizio stesso della filosofia, che nasce sempre in rapporto con la vita, i suoi problemi e, soprattutto, con le aspirazioni connesse all’esistenza dell’uomo, cioè di quell’essere che non si accontenta di vivere perché vive. Nel pensiero moderno e contemporaneo, schematizzando, possono essere individuati due principali risposte alla domanda sulla vita buona. La prima, di matrice kantiana, pone a suo fondamento la ricerca di un modello ideale di comportamento che stabilisce alcuni doveri imprescindibili per la loro evidente razionalità e universalità. Vivere una vita buona, secondo tale prospettiva, significa aderire con il cuore ad alcuni imperativi della ragione, cioè ad alcuni “comandi” che non sono tratti da nulla se non dalla nostra facoltà di pensare e di comprendere. Gli imperativi sono detti categorici, perché appunto si impongono da sé come giusti e come principio di ogni altra giustizia e bontà. Essi in fondo si riducono a questa formulazione generalissima, cui è possibile ricondurre ogni altro dovere degli uomini nei confronti di se stessi e degli altri: “Agisci in modo da trattare l’umanità tanto nella tua persona, quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come fine, non mai semplicemente come mezzo” (I. Kant, Fondamenti della metafisica dei costumi, tr. it. di A. Volpicelli, Vallecchi, Firenze, 1925, pp. 85-86). In base all’universale razionalità di questa formula, si può stabilire che essa valga sempre, in ogni luogo, per tutti e per ciascuno. La sua generalità si presta poi a molteplici “concretizzazioni” per ogni circostanza dell’esistenza umana. In base ad essa si possono giustificare singole massime come, per esempio, “non mentire”, “non usare violenza verso il prossimo”, “non rubare” etc. Il modello proposto dal filosofo tedesco è altissimo, la sua “giustizia” è difficilmente negabile e certo non si può disconoscere che l’individuo che si comportasse secondo un simile ideale apparirebbe a tutti un uomo “buono” e la sua vita una vita compiutamente umana. Tuttavia è stato notato che l’imperativo categorico determina un dovere, dice come l’uomo dovrebbe essere a prescindere da ogni circostanza reale, cioè senza alcun riferimento al suo essere reale, ai suoi desideri, alle sue inclinazioni e alla sua storia. L’etica così costruita riguarda un individuo astratto e si riferisce esclusivamente alle sue intenzioni interne, al suo animo, poiché appunto comanda qualcosa di formale che si riferisce non ad un bene concreto da perseguire ma ad un modo con cui perseguire qualunque obiettivo la volontà umana si prefigga. Il rischio è quello di avere presente una meta molto nobile che però fa poca presa sulla vita reale, una vita in cui le persone non riescono ad operare un salto difficile tra il loro essere concreto e l’ideale dover-essere con un solo balzo e con la sola spinta della volontà individuale buona e razionale. In realtà gli uomini, dice Hegel, sono inseriti nel flusso continuo di una vita che ha un carattere processuale e sociale. In base a tale consapevolezza si fornisce la seconda risposta alla domanda sulla vita buona. Essa tiene appunto conto della concretezza dell’esistenza umana che guadagna progressivamente mete sempre più alte e spirituali, non senza il concorso delle comunità storiche in cui via via si inserisce l’individuo: dapprima la famiglia, poi la società civile, poi lo Stato. Attraverso queste istituzioni l’individuo impara a superare progressivamente il proprio ristretto interesse personale, per accedere alla vita dello spirito, cioè a quella totalità di valori cui l’intera umanità è giunta nel corso della sua storia. In questo modo egli si abitua a vivere il legame con gli altri e a realizzare insieme agli altri la sua più intima libertà, diventando una cosa sola con la cultura e l’intelligenza “collettiva” del suo popolo e dell’umanità. Così egli raggiunge il punto più alto cui la sua concreta vita può aspirare all’interno della concretezza delle istituzioni etiche realmente esistenti, che rappresentano l’effettivo percorso spirituale dell’umanità nella sua storia. Al di là delle ulteriori spiegazioni che fornisce Hegel di tale concezione, sia nella Fenomenologia dello spirito, cap. V B, sia nella Filosofia del diritto, si ha qui una visione della vita buona che intende essere maggiormente realistica e porre l’accento non solo sull’obiettivo finale della giustizia e bontà dei comportamenti, ma sul processo che permette ad ognuno di conseguirle all’interno delle relazioni concrete in cui è inserito. A tale impostazione è stato viceversa rimproverato di glorificare in qualche modo l’esistente, cioè le singole istituzioni storiche che l’umanità si è data, come se esse fossero il massimo della spiritualità e della giustizia raggiungibili dall’uomo. Se lo Stato viene considerato da Hegel “la Ragione che fa il suo ingresso nel mondo”, l’uomo che vuole vivere la vita secondo la facoltà più alta e distintiva che gli appartiene, deve vivere nello Stato e per lo Stato, luogo dove egli può veramente e compiutamente essere se stesso. Ma se è vero che nulla della vita etica dell’uomo può essere conseguito senza tener conto del contesto effettivo di relazioni in cui l’uomo stesso è inserito, relazioni che via via assumono la forma istituzionale più alta e storicamente rilevante nello Stato, è altrettanto vero che  quest’ultimo, come creazione impersonale e come istituzione storica, non pò essere considerato il fine dell’esistenza umana, né la vita in esso può essere considerata la vita più alta: c’è infatti Stato e Stato, e non tutte le istituzioni che esistono possono essere ricondotte ad un valore spirituale di cui, anzi, spesso sono la più radicale caricatura. Tuttavia questa critica lascia intatti gli elementi positivi dell’hegelismo in quanto risposta alla domanda sulla vita buona, quelli cioè che alludono al fatto che essa si svolge secondo tappe, che essa è vita concreta, processo, divenire effettivo che si sforza verso una meta senza poterla immediatamente conseguire e, ciò malgrado, con la capacità di avvicinarvisi e di sentirla progressivamente più vicina in un contesto in cui ciò che fa il singolo si unisce allo sforzo degli altri e il fine si consegue nella relazione e grazie alla relazione.

Tuttavia, se intendiamo calarci ancor più nella concretezza della vita morale, emerge un’altra tradizione di pensiero che dà il primato non tanto alle massime della condotta, cioè alla leggi cui uniformare il nostro comportamento e alla loro maggior o minore compatibilità con il nostro modo di essere reale, ma al fine, all’obiettivo che un comportamento si propone di raggiungere. Tale concezione riguarda i singoli beni che possono essere oggetto della nostra volontà e si basa sulla convinzione che omia agentia necesse est agere propter finem, cioè che “tutti coloro che agiscono, agiscono per conseguire un fine”, e che anche l’uomo ha un fine da realizzare che coincide nella felicità o beatitudine. La vita buona è vita felice e questa vita è tale perché ha raggiunto uno scopo che coincide con il bene supremo per essa. Il bene supremo è alla sommità di una piramide di altri beni e tale vertice completa e corona la serie degli altri beni. Ma quali sono questi beni? Innanzitutto vi sono i beni della vita sensibile, relativi alla sopravvivenza e al benessere del corpo, poi vi sono quelli della vita spirituale, relativi alla ragione e allo spirito, che riguardano la nostra facoltà di dare un senso più ampio, universale, assoluto ed eterno al nostro agire. Al posto più alto sta la contemplazione della verità assoluta che per il principale teorico di questa dottrina morale, Tommaso D’Aquino (Summa Theologiae, II-IIae, che rielabora, approfondisce e rinnova le idee di Aristotele), coincide con la conoscenza di Dio. Quest’ultima corrisponde alla destinazione che Dio stesso ha pensato nel creare l’umanità, una destinazione che però non è conseguibile senza l’apporto personale e volontario della nostra libertà. Il fiore che sboccia al conseguimento di ogni bene, proporzionale alla grandezza e stabilità di questo bene, è la delectatio, cioè il piacere (sia dei sensi, sia dello spirito) che è il sentimento personale e soggettivo del bene oggettivo raggiunto. Il pregio di questa visione della vita buona è che la concepisce non solo come rispetto di una legge, non solo come vita spirituale e libera in comunione e armonia con gli altri, ma come vita che assapora in ogni momento la gioia dei beni raggiunti, che vede il buono anche nelle piccole cose e che sa collocare le piccole gioie in quelle più grandi, i piccoli sforzi in quelli più grandi senza negare ad ogni bene le sua qualità. Inoltre essa basandosi sul principio che “la legge morale comanda ciò che è bene, non è bene ciò che la legge comanda” evita di scadere nel rigorismo della legge e nella sua indebita glorificazione: noi non viviamo una vita nel tentativo di rispettare leggi, quand’anche giuste, ma viviamo per raggiungere il bene e la felicità, in nome dei quali le leggi hanno senso e vigore e verso i quali la nostra stessa natura di per sé inclina.

 

                                                                                                                                      Massimo Maraviglia